Prendere per mano ogni sofferenza

V Domenica del Tempo Ordinario - Anno B - 2015

Con la stringatezza che gli è caratteristica, l'evangelista Marco ci apre due spaccati sull'umanità di Gesù, troppo spesso trascurata dalla nostra osservazione e di conseguenza dal nostro dovere di imitazione.

La guarigione della suocera di Pietro. E'un miracolo che rischia di essere sorvolato, o banalizzato per qualche battuta scontata sulle suocere. E' invece un "segno" particolare e perciò importante. La donna non aveva una malattia invalidante o inguaribile, ma la febbre alta, una situazione di malessere comunissima. Potremmo pensare a un miracolo sprecato. Chissà quanta gente sulla terra, in quello stesso momento, invocava inutilmente Dio per essere liberata da malattie gravissime e mortali. Eppure, nonostante sia sabato, Gesù la guarisce. Perché? Perché la donna potesse servire il pranzo. Proviamo a entrare dentro la situazione umana del racconto. E' ospite in casa sua questo Maestro di cui, nonostante fosse apparso sulla scena da pochi giorni, si fa un gran parlare, e che Pietro, il fratello Andrea, e i due loro amici Giacomo e Giovanni, stanno iniziando a seguire, trascurando la famiglia e il lavoro. La donna avrà pensato: «Sarà sicuramente una persona particolare e bisognerà offrirgli un'ospitalità adeguata». Invece la febbre la costringe a letto. Gesù la guarisce, permettendole di realizzare la sua ospitalità. Nel gesto delicatissimo del farla alzare prendendola per mano, sono evidenti la delicatezza umana di Gesù, e la sua attenzione ad ogni sofferenza. Il suo è gesto squisito di umanità, che noi possiamo e dobbiamo imitare con una vita sempre attenta alle sofferenze degli altri. Lamentela sulla maleducazione sempre più diffusa e arrogante è generale. Come discepoli di Gesù siamo chiamati a contrastarla.

Tutta la città davanti alla sua porta. Arriva il tramonto e finisce il riposo del sabato, che impedisce il trasporto dei malati in barella, allora tutta la città si riunisce davanti alla porta della casa di Pietro. Questa folla è l'immagine dell'angosciata preghiera di Giobbe, che dopo aver lamentato la sofferenza e la provvisorietà dell'umanità: «a me sono toccati mesi d'illusione e notti di affanno mi sono state assegnate», «I miei giorni scorrono più veloci d'una spola, svaniscono senza un filo di speranza», termina con l'accorato affidamento al Signore: «ricordati che un soffio è la mia vita».

Gesù guarisce molti che erano affetti da varie malattie e scaccia molti demòni. Sempre con poche parole, l'evangelista ci propone qui non soltanto un gesto di Gesù, ma la sua scelta di vita: farsi prossimo a ogni umana sofferenza. La sua vita è una porta aperta su ogni tipo di sofferenza e di difficoltà.
Questa deve essere la scelta di vita di chi vuole essere suo discepolo.

Un interrogativo: perché Gesù guarì molti e non tutti? E' una domanda che non dobbiamo avere paura di affrontare, perché chissà quante volte, magari sentendo la notizia di un malato miracolosamente guarito in un santuario o per l'intervento di un santo, ci siamo domandati timidamente, temendo di offendere Dio: "Perché lui e gli altri no?", e forse qualche volta anche: "Perché lui e io no?".
Non possiamo entrare nei pensieri di Gesù, perché la sua sapienza, come quella di Dio, non si può calcolare. Egli sa quali sono i cuori affranti da risanare e le ferite da fasciare in modo straordinario e visibile, e quali invece da accompagnare con una presenza misteriosa, ma altrettanto certa ed efficace.

Quel "molti e non tutti" deve essere per noi un forte stimolo e un grande incoraggiamento. Di fronte alle sofferenze che incontriamo, pur con tutta la buona volontà ci sentiamo inadeguati e spesso anche impotenti. Il Signore non ci chiede di aiutare tutti, ma soltanto quelli che possiamo raggiungere. Agli altri ci pensa lui. Chissà se quelli non guariti davanti alla casa di Pietro avevano già un conforto e un aiuto? Noi per non sbagliare cerchiamo confortare e aiutare tutti quelli che possiamo raggiungere.

Letture del giorno

Gb 7,1-4.6-7; Sal 146; 1Cor 9,16-19.22-23; Mc 1,29-39

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