Una luce sempre accesa

IV Domenica del Tempo Ordinario - Anno A

Giustizia invocata e tradita, pace gridata e mai costruita, risorse consumate senza misura. In questo scenario le Beatitudini tornano a farsi luce: non parole consolatorie, ma scelte esigenti che interrogano il presente e indicano una via concreta per una vita buona, giusta e condivisa.

Il Vangelo risponde alle esigenze del cuore

Domenica scorsa la parola di Dio ci ha raccontato che Gesù, traferitosi dalla tranquilla Nazaret alla agitata Cafarnao, aveva portato la luce della sua parola in un territorio abitato e frequentato da genti di diverse culture e fedi, e con interessi molteplici e contrapposti. La sua predicazione aveva avuto un grande successo perché non ripetitiva e scontata come quella degli scribi e dei farisei, ma nuova, concreta, alternativa a quella delle sinagoghe nelle laboriose città del lago.
Il successo aveva suscitato ben presto però la decisa e a volte minacciosa ostilità da parte di coloro che non accettavano la critica e la contestazione all’osservanza scrupolosa della Legge di Mosè.

Quale era il messaggio che radunava intorno al maestro di Nazaret tanta gente da minacciare di schiacciarlo? L’evangelista Matteo ne ha fatto una sintesi famosa e conosciutissima con le Beatitudini. Le abbiamo lette, ascoltate, commentate tante volte da rischiare di ridurle a una bella e straordinaria poesia come «sempre caro mi fu quest’ermo colle», svuotata di risposte ai nostri perché e ai nostri comportamenti.
Domandiamoci allora se le Beatitudini sono o no luce anche oggi nella confusione di idee, di culture, di comportamenti molto più profondi di quelli della “Galilea delle genti”. Verifichiamolo non spiegando scolasticamente il contenuto e il significato del testo che già conosciamo, ma partendo dalla luce che andiamo cercando, dai valori di una volta che rimpiangiamo. Possono essi trovare risposta nelle Beatitudini? Possono soddisfare l’urgente bisogno di ritrovare il gusto e l’impegno per una vita buona, giusta, vera, bella?

La sete di giustizia

È molto forte l’esigenza di giustizia. Non è giusto che un piccolo manipolo di supermiliardari posseggano più degli abitanti di interi continenti. Non è giusto che gli uomini uccidano le compagne che si rifiutano di essere “cosa loro”. Non è giusto che i ragazzi vadano in giro con i coltelli; che si debba ricorrere ai metal detector per entrare disarmati a scuola, ai soldati per difendere ferrovieri e viaggiatori, infermieri e medici nei Pronto Soccorso e nei reparti degli ospedali. Non è giusto che i giudici non siano imparziali e facciano politica. Insomma non ce n’è una giusta! Ecco perché è forte, persino chiassosa, la richiesta di una giustizia vera, trasparente, senza strumentalizzazioni di parte, senza furberie, sotterfugi, privilegi.

L’esigenza della pace

Un’altra domanda che risuona sempre più allarmata e allarmante è la richiesta e il bisogno della pace. La invoca il Papa la domenica in Piazza San Pietro e in ogni altra occasione. La chiedono tutti, ma sembra che più si grida: “Mai più la guerra”, più la guerra si accende dappertutto. Si grida: “No alla guerra”, ma con manifestazioni violente e guerresche. Si invoca il dialogo, il rispetto delle convinzioni altrui, ma litigando, e offendendosi, accusandosi di fascismo, di comunismo, di antisemitismo.

La sobrietà della vita

Ci si è accorti e ci si sta accorgendo sempre di più che abbiamo speso troppo. Abbiamo sciupato e dissipato l’aria, l’acqua, la terra, superando o ignorando ogni saggezza e limite morale, con un uso dei beni sfrontatamente spendereccio e godereccio. Adesso ne paghiamo le conseguenze con i fiumi che straripano, le colline che franano, gli incendi che devastano i boschi.

La luce delle Beatitudini

Allora, le Beatitudini sono o no una luce anche nella nostra “Galilea delle genti” per vincere il buio nel quale ci troviamo? Sì, lo sono. Perché esse non dicono semplicemente: “No all’ingiustizia” ma: “Beati i perseguitati per la giustizia”, cioè quelli che si impegnano a farla. Non dicono: “No alla guerra!”, ma: “Beati gli operatori di pace”, cioè quelli che la costruiscono. Non dicono: “rispettate l’acqua, l’aria, il verde…”, ma “Siate poveri in spirito”, cioè riconoscete che tutto è di Dio e perciò va accolto, rispettato, coltivato, condiviso.


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