Ottant’anni dopo il primo voto universale e la nascita dell’Assemblea Costituente, il 2 giugno continua a raccontare l’inizio della democrazia italiana. Livia Turco ripercorre il ruolo decisivo delle donne, delle Madri Costituenti e di una politica capace di costruire bene comune, uguaglianza e partecipazione: una lezione ancora attuale per il futuro del Paese.
Il 2 giugno 1946 segnò l’inizio di un nuovo giorno per le italiane e gli italiani. Vissero l’esperienza inedita della eguaglianza. Si sentirono sovrani. Vissero l’esercizio della libertà e della responsabilità. Dovevano scegliere se essere governati dalla Monarchia oppure dalla Repubblica ed eleggere l'Assemblea Costituente con il compito di redigere la Costituzione e di governare il paese in quella fase di transizione. Erano state le forze politiche del Comitato di Liberazione Nazionale - CLN - nel 9 settembre del 1943 a proclamarsi espressione della volontà popolare e ad imporre che le forme istituzionali, dopo la Liberazione, fossero scelte dal popolo.
Il 20 giugno del 1944 con un Decreto Luogotenenziale emanato dal Governo Bonomi si stabilì all'articolo 1 che «dopo la liberazione del territorio nazionale le forme istituzionali saranno scelte dal popolo italiano che a tal fine eleggerà a suffragio universale diretto e segreto una Assemblea Costituente per deliberare la nuova Costituzione dello Stato. I modi e le procedure saranno stabiliti con successivi provvedimenti». Si tratta dei Decreti Legislativi N. 98 e N. 99 del 16 marzo 1946. Il Decreto Luogotenenziale del Governo Bonomi approvato il 1° febbraio 1945 stabilì l’elettorato attivo delle donne. Dopo un’intensa ed efficace battaglia femminile il 10 marzo 1946 fu varato il Decreto N.74 che stabilì l’elettorato attivo e passivo per le donne. Il diritto di voto diventa universale.
Il 2 giugno votarono 12 milioni di donne, pari all’89% della popolazione femminile, il 53% della popolazione totale. 11 milioni furono gli uomini. «Lunghissima attesa davanti ai seggi elettorali. Sembra di essere tornati alle code per l'acqua e per i generi razionati. Abbiamo tutte nel petto un vuoto da giorni d'esame. Ripassiamo mentalmente la lezione: quel simbolo, quel segno, una crocetta accanto al nome. Stringiamo le schede come biglietti d'amore. Si vedono molti sgabelli pieghevoli infilati al braccio di donne timorose di stancarsi e molte tasche gonfie per il pacchetto della colazione. Le conversazioni che nascono tra donne e uomini hanno un tono diverso, alla pari». Sono le mirabili parole della scrittrice Lea Garofalo che raccontano i sentimenti profondi vissuti in quel giorno dalle donne italiane. Come mirabile è il film di Paola Cortellesi C’è ancora domani.
Gli italiani scelsero la Repubblica con 12.718. 641 voti contro i 10. 718.502 della Monarchia. Un milione e mezzo di schede bianche o nulle. Il sistema elettorale scelto per l’elezione dell'Assemblea Costituente fu quello proporzionale, con voto diretto, libero e segreto, alle liste di candidati concorrenti in 32 collegi plurinominali per eleggere 556 Deputati precedenti la legge elettorale. Essa prevedeva l'elezione di 573 Deputati ma le elezioni non si effettuarono nell'area di Bolzano, Trieste e Venezia Giulia dove non era stata ristabilita la piena sovranità dello Stato italiano. Ad essere esclusi dal voto saranno anche i militari prigionieri di guerra nei campi degli alleati e gli internati in Germania. In base al risultato delle urne l'Assemblea risulterà così composta: Democrazia Cristiana 35,2%, Partito Socialista italiano 20,7%, Partito Comunista italiano 20,6%, Unione Democratica nazionale 6,5%, Uomo qualunque 5,3%, PRI 4,3%, Blocco nazionale della libertà 2,5%, Partito d'Azione 1,1%. Su 556 deputati furono elette 21 donne: Adele Bei, Bianca Bianchi, Laura Bianchini, Elisabetta Conci, Filomena Delli Castelli, Maria Federici, Nadia Gallico Spano, Angela Gotelli, Angela Guidi Cingolani, Nilde Iotti, Maria Iervolino De Unterrichter, Teresa Mattei, Angela Merlin, Angela Minella, Rita Montagnana, Maria Nicotra, Teresa Noce, Ottavia Penna Buscemi, Elettra Pollastrini, Maria Maddalena Rossi, Vittoria Titomanlio. Sono le Madri della nostra Repubblica.
L’Assemblea Costituente era formata da grandi personalità. Era l’espressione dell’Italia migliore. Il 25 giugno 1946 alle 16 il sole brillava alto su Montecitorio e sullo stendardo del tricolore italiano depurato dello stemma sabaudo. I neoeletti arrivarono a fatica a Montecitorio dalle varie parti del Paese che aveva strade interrotte e una linea ferroviaria in eterno, ragguardevole ritardo. Era una classe dirigente che aveva sofferto l’esilio, il confino, la galera, aveva vissuto dolorosi lutti familiari, era anche provata fisicamente. Nell'Aula di Montecitorio prevale il colore grigio dei capelli e degli abiti. A fatica si scorgono teste femminili. Il settimanale L'europeo dà ampio resoconto dell'arrivo «delle colombe deputatesse fresche con gli abitini leggeri, a pallini bianchi e rossi, con i capelli sulle spalle come riportano adesso gli angeli alla moda, serie, compunte, impazienti di mettersi al lavoro, infastidite dagli sguardi che si sentivano arrivare addosso dai banchi amici e avversari». C’è imbarazzo. Non si sa come chiamare le elette. Le quali invece si sono subito ambientate. Con esse non bisognerà essere troppo borghesi nel fare complimenti sui loro abiti e a riprova si cita una frase della deputata abruzzese Filomena Delli Castelli «Quei sorrisi di cortesia indicano una considerazione come donne da salotto e non come colleghe».
È la prima volta che il popolo è sovrano, arbitro assoluto del proprio destino. A presiedere l’Assemblea Costituente è chiamato Giuseppe Saragat che, il 26 giugno aprì i lavori con un palpitante discorso:
«Voi eletti dal popolo riuniti in questa Assemblea sovrana dovete sentire l'immensa dignità della vostra missione. A voi tocca dare un volto alla Repubblica, un'anima alla democrazia, una voce eloquente alla libertà. Dietro a voi sono le sofferenze di milioni di italiani, innanzi a voi le speranze di tutta la nazione. Fate che il volto di questa Repubblica sia un volto umano: ricordatevi che la democrazia non è soltanto un rapporto tra maggioranza e minoranza, non è soltanto armonico equilibrio di poteri sotto il presidio di quello sovrano della nazione, è soprattutto problema di rapporti tra uomo e donna. Dove questi rapporti sono umani la democrazia esiste, dove sono inumani essa non è che la maschera di una nuova tirannide».
Il 28 giugno venne eletto il Presidente della Repubblica, Enrico De Nicola, 69 anni, Monarchico, dalla vita molto rigorosa. L'ansia di pace, di ricostruzione del Paese, di una democrazia nuova univa tutti gli italiani e le italiane. Le donne e gli uomini dell’Assemblea Costituente seppero interpretare in modo mirabile questo “vissuto comune degli italiani”. Svilupparono il loro lavoro attraverso un dialogo autentico e profondo nell'ascolto reciproco e nella consapevolezza che dovevano costruire la carta d'identità degli italiani e delle italiane. Per questo il loro lavoro fu intenso, fu di cesello sulla parola perché consapevoli che in ogni parola scritta doveva riconoscersi il popolo italiano che aveva voluto quella profonda svolta democratica. Sapevano del bisogno di democrazia e di giustizia sociale. L’eguale dignità delle persone, la giustizia sociale basata sul valore del lavoro, la democrazia basata sulla partecipazione popolare, organizzata nei partiti popolari, basata sulla centralità del Parlamento furono i capisaldi della Costituzione. Che fu approvata il 22 dicembre 1947 ed entrò in vigore il 1° gennaio 1948.
Alla sua stesura diedero un grande contributo quelle 21 donne che furono peculiari interpreti delle aspettative, dei problemi, del bisogno di riscatto, del bisogno di una vita nuova delle donne italiane. Con il loro lavoro incisero su articoli importanti della Costituzione, come l’articolo 3 sull'eguaglianza di fatto contro la discriminazione di sesso, gli articoli sulla famiglia, sulla piena partecipazione politica, sul diritto alla scuola, alla salute, sulla parità salariale e la conciliazione tra la vita lavorativa e la vita familiare, per la pace nel mondo per la cooperazione tra i popoli. Soprattutto, esercitarono il loro essere rappresentanti tessendo un legame costante con la vita delle donne, i loro problemi quotidiani, dalla fame, ai bambini abbandonati, alle case da ricostruire ma anche il desiderio profondo di una vita nuova, di un posto nuovo nel mondo. Ci hanno lasciato una lezione vivente di bella politica, quella del bene comune che costruisce alleanze, è coerente a valori condivisi, costruisce un legame costante con la vita delle persone.
La politica di cui abbiamo bisogno oggi, per rigenerare la democrazia e costruire una società umana.
Livia Turco