Sostare nell'imperfezione

Il libro “Sostare nell’imperfezione” di Wanda Tommasi e Cristina Simonelli propone una riflessione originale sul senso di inadeguatezza nella società contemporanea. Attraverso il dialogo tra filosofia e teologia, le autrici esplorano come vulnerabilità, limite e imperfezione possano diventare non solo fragilità da superare, ma anche occasioni di apertura agli altri, al mondo e a Dio. Un invito a riconoscere i propri limiti come spazio fecondo per l’amore e la grazia.

«Uno scritto condiviso è sempre interessante e anche un po’ rischioso, perché i linguaggi, le metafore, le prospettive sono diverse e possono lasciare spazi vuoti, interruzioni, asimmetrie. Nel caso di questo libro, il differente approccio è stato deliberatamente cercato, perché noi due autrici proveniamo anche da ambiti di studio diversi: una filosofa e una teologa sono state infatti invitate a incontrarsi nelle pagine, anzi a sostare insieme in un orizzonte particolare, quello, come recita il titolo, della imperfezione». Introducono così il loro libro la filosofa Wanda Tommasi e la teologa Cristina Simonelli.

Sostare nell’imperfezione. L’inadeguatezza come possibilità, questo il titolo del libro, parte da un’amara constatazione. La società, in nome dell’efficienza, ci richiede sempre più di essere all’altezza in ogni occasione e produce così quella che potremmo definire “la malattia dell’insufficienza”. Eppure questo diffuso senso d’inadeguatezza può anche essere una risorsa per aprirsi ad altri e ad altro. Persino a Dio.

Wanda Tommasi ripercorre le diverse espressioni umane e psicologiche del senso di inadeguatezza e presenta alcune situazioni: la vulnerabilità dell’infanzia, la debolezza della malattia e della vecchiaia, la depressione, il senso d’impotenza di fronte alle guerre e al rapporto con la natura. Cristina Simonelli, in dialogo con la Scrittura, apre domande di senso: Dio non si fa capire, si fa vedere di spalle, lascia che il suo nome venga usato. Questo vuoto è però una leva capace di erodere le pretese dell’io, in vista di una delicata e feconda accettazione della propria imperfezione costitutiva e di un’apertura all’intelligenza dell’amore.

La sintesi delle riflessioni contenute nel libro è che quanto più ci riconosciamo carenti, solo imperfettamente capaci di amare, ma non ci tiriamo indietro, diventiamo un vuoto capace di attirare la grazia.


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